mercoledì 18 novembre 2009

Ricchi o deficenti?

Gentili ricchi e potenti.
Ho una notizia che non vorrete sentire; credo però sia meglio che ascoltiate quello che ho da dirvi.
E' una notizia molto semplice e di facile deduzione. Mi è bastato osservarvi, osservare le vostre abitudini, anche se vi nascondete a noi persone comuni, paragonarvi ad una persona qualunque per capire.
Per capire cosa?
Per capire che vivete come delle malati!

Rifletteteci anche solo un secondo.
Avete automobili che vi tolgono il fastidio di camminare e che altri giudano. Ascensori che salgono le scale per voi, usceri che vi aprono la porta.
Avete chi per voi cucina, chi per voi va a fare la spesa, chi per voi pulisce casa vostra, chi lava i vostri vestiti, chi areda le vostre case e sposta i mobili, chi per voi va a comprare i biglietti se volete andare a teatro, avete chi per voi telefona, chi parla con persone a cui non volete parlare, chi paga il conto del ristorante in cui mangiate, chi cresce i vostri figli, chi fa passeggiare i vostri animali.

Rifletteteci.
Chi, oltre a voi, vive in questo modo?
Chi ha sempre bisogno che qualcun'altro faccia qualcosa per lui?
Chi se non un handicappato?
E voi questo siete!
Degli handicappati felici e contenti!

"Rise like Lions after slumber
In unvanquishable number -
Shake your chains to earth like dew
Which in sleep had fallen on you -
Ye are many - they are few."

"Alzatevi come leoni dopo il sonno
In numero incalcolabile -
Scrollate le catene a terra come rugiada
Che cadde su di voi mentre dormivate
Voi siete molti – loro pochi".

-Mary Percy Shelley-

lunedì 12 ottobre 2009

Grazie a Carlo Emilio Gadda.

«Camerieri neri nei “restaurants”, avevano il frac, per quanto pieno di padelle: e il piastrone d’amido, con cravatta posticcia. […]
Si, si erano consideratissimi, i fracs. Signori seri, nei “restaurants” delle stazioni, e da prender sul serio, ordinavano loro con perfetta serietà “un ossobuco con risotto”. Ed essi, con cenni premurosi, annuivano. E ciò nel pieno possesso delle rispettive facoltà mentali. Tutti erano presi sul serio: e si avevano in grande considerazione gli un gli altri. Gli attavolati si sentivano sodali nella eletta situazione delle poppe, nella usucapzione d’un molleggio adeguato all’importanza del loro deretano, nella dignità del comando gli uni si compiacevano della presenza degli altri desiderata platea e a nessuno veni fatto di pensare, sogguardando il vicino “quanto è fesso!”. Dietro l’Hymalaia dei formaggi, dei finocchi, il guardialsala notificava le partenze: “¡Para Corrientes y Reconquista! ¡Sale a las diez el rápido de Paraná! ¡Tercero andén!”.
Per lo più, il coltello delle frutta non tagliava. Non riuscivano a sbucciar la mela. O la mela gli schizzava via dal piatto come sasso di fionda, a rotolare fra scarpe lontanissime. Allora, con voce e dignità risentita, era quando dicevano: “Cameriere! ma questo coltello non taglia!”. Tra i cigli, improvvisa, una nuvola imperatoria. E il cameriere accorreva trafelato con altri ossibuchi ed esternando tutta la sua costernazione, la sua piena partecipazione umiliava sommessa istanza appiè il coruccio delle Loro Signorie: (in un tono più che sedativo): “provi questo, signor Cavaliere!”: ed era già trasvolato. Il quale “questo” tagliava ancora meno di quel di prima. Oh, rabbia! mentre tutti, invece, seguitavano a masticare, a bofonchiare, addosso agli ossi scarnificati, a intingolarsi la lingua, i baffi. Con un sorriso appena, oh, un’ombra, una prurigine d’ironia, la coppia estreme ed elegantissima, lui, lei, lontan lontano, avevan l’aria di seguitar a percepire quella mela, finalmente immobile nel mezzo la corsia: lustra, e verde come l’avesse pitturata il De Chirico. Nella quale, bestemmiando sottovoce, alla bolognese, ci intoppavano ogni volta le successive ondate dei fracs-ossubuchi, per altro con lesti calci in discesa, e quasi in rimando, l’uno all’altro: alla Meazza, alla Boffi. […]
Tutti, tutti: e più che mai quei signori attavolati: tutti erano consideratissimi! À nessuno, mai, era mai venuto in mente di sospettare che potessero anche essere dei bischeri, putacaso dei bambini di tre anni.
Nemmeno essi stessi, che pure conoscevano a fondo tutto quanto li riguardava, le proprie unghie incarnite, e le verruche, i nei, i calli, un per uno, le varici, i foruncoli, i baffi solitari: neppure essi, no, no, avrebbero fatto di se medesimi un simile giudizio.
E quella era la vita.
Fumavano. Subito dopo la mela. Apprestandosi a scaricare il fascino che da lunga pezza oramai, cioè sin dall’epoca dell’ossobuco, si era andato a mano a mano accumulando nella di loro persona – ( come l’elettrico nelle macchine a strofinio) – ecco, ecco, tutti eran certi che un loro impreveduto decreto avrebbe lasciato scoccare sicuramente la importantissima scintilla, folgore e sparo di Signoria su adeguato spinterogeno ambientale, di forchette in travaso. Cascate di posate titinnanti! Di cucchiaini!
Ed erano appunto in procinto di addivenire a quell’atto imprevisto, e però curiosissimo, ch’era così instantemente evocato dalla tensione delle circostanze.
Estraevano, con distratta noncuranza, di tasca, il portasigarette d’argento: poi dal portasigarette, una sigaretta, piuttosto piena e massiccia, col bocchino di carta d’oro; quella te la picchiettavano leggermente sul portasigarette, richiuso nel frattempo dall’altra mano, con un tatràc; la mettevano ai labbri; e allora, come infastiditi, mentre che una sottil ruga orizzontale si delineava sulla lor fronte, onnubilata di cure altissime, riponevano il trascurabile portasigarette. Passati alla cerimonia dei fiammiferi, ne rinvenivano finalmente dopo aver cercato in due o tre tasche, una bustina a matrice: ma, apertala, si constatava che n’erano già stati tutti spiccati, per il che con dispitto, la bustina veniva immantinenti estromessa dai confini dell’Io. E derelitta, ecco giaceva nel piatto, con bucce. Altra, infine, soccorreva, stanata ultimamente dal 123° taschino. Dissigillavano il francobollo-sigillo ubiqua immagine del Fisco Uno e Trino, fino a denudare in quella pettinetta miracolosa la Urmutter di tutti gli spiritelli con capocchia. Ne spiccavano una unità, strofinavano, accendevano; spianando a serenità nuova la fronte, già così sopraccaricata di pensiero: (ma pensiero fessissimo, riguardante, per lo più, articoli di bigiutteria in celluloide). Riponevano la non più necessaria cartina in una qualche altra tasca: quale? Oh! Se ne scordano all’atto stesso per aver motivo di rinnovare ( in occasione d’una contigua sigaretta) la importantissima e fruttuosa ricerca.
Dopo di che, oggetto di stupefatta ammirazione da parte degli “altri tavoli”, aspiravano la prima boccata di quel fumo d’eccezione, di Xanthia, o di Turmac; in una voluttà da sibariti in trentaduesimo, che avrebbe fatto pena a un turco stitico.
E così rimanevano: il gomito appoggiato sul tavolino, la sigaretta fra medio e indice emanando voluttuosi ghirigori; mescolati di miasmi, questo si sa, dei bronchi e dei polmoni felici, mentre che lo stomaco era tutto messo in giulebbe, e andava dietro come un disperato ameboide a mantrugiare e a peptonizzare l’ossobuco. La peristalsi veniva via con un andazzo trionfale, da parer canto e trionfo, e presagio lontano di tamburo, la marcia trionfale dell’Aida o il Toreador della Carmen.
Così rimanevano a guardare. Chi? Che cosa? Le donne? Ma neanche. Forse a rimirare se stessi nello specchio delle pupille altrui. In piena valorizzazione dei loro polsini, e dei loro gemelli da polso. E della loro faccia di manichini ossibuchivori».

martedì 22 settembre 2009

Mal di denti.

Qualche tempo fa ho incontrato un amico per strada.
Si capiva subito che non stava bene e gli chiesi cosa avesse.
Mi disse che aveva un gran mal di denti e stava correndo a curarsi.
Si vedeva bene che soffriva, questo era chiaro, ma quello che mi meravigliava era la dignità con cui lo mostrava.
In una strada fatta di luci e colori, con negozzi di lusso e vetrine con manichini sorridenti, cartelloni con modelli abbronzati e passanti con gli auricolari che muovono la testa a tempo, in questa situazione dicevo, uno che ha mal di denti stona proprio. E ancora dipiù se non lo nasconde.

Ci salutammo e lui continuò per la sua strada.

L’altra sera mi è iniziato un gran mal di stomaco. Enorme, fortissimo, insopportabile. Ho subito pensato al mio amico e sono corso da un dottore. Non conoscendone nessuno decisi di andare all’ospedale. Camminavo per strada con le braccia ben strette intorno allo stomaco. Ad ogni passo mi accorgevo degli sguardi duri che mi incrociavano.
Arrivato all’ospedale un dottore mi chiese cosa avessi ed io con le mani premute sullo stomaco gridavo: ”Ho mal di denti! Ho mal di denti!”
“Se ha mal di denti”- mi fa lui- “non è da me che doveva venire. L’accompagno da un dentista”.

Sul lettino del dentista il dolore era anche peggio. Sdraiato in quella posizione non riuscivo a stare fermo e mi contorcevo mentre quello mi diceva: “Per favore apra la bocca e non si muova.”
“Ma i suoi denti stanno benissimo” fa quello dopo avermi visitato, “se proprio sta così male le darò qualche antidolorifico, ma non esageri, fanno bene ai denti ma molto male allo stomaco”.

Da giorni prendo quelle pillole che mi ha dato il dentista. Non esco di casa, non mi alzo da letto, posso solo girarmi e rigirarmi stringendo i denti dal dolore allo stomaco che è ormai diventato insopportabile.

Perchè è così difficile, mi domando; perchè è così difficile curare un mal di denti!

martedì 15 settembre 2009

Vediamo chi sono questi signori.


In questi giorni sto cercando di scrivere, anche se in modo molto conciso, un testo su come il mondo dell'arte sia in realtà una enorme collusione di interessi privati di massoni, multinazionali, banche e politici che tutto fanno tranne che elevare il lato artistico delle persone che volgiono esprimersi. Come è chiaro a chi vuol vedere, quei gruppi di potere sono proprio quelli che da sempre si battono per non lasciarci esprimere liberamente o il loro potere diminuirebbe.
Da due anni vivo ad Istanbul e proprio in questo periodo si apre la nuova biennale di arte internazionale. Istantaneamente il quaritere in cui vivo, molto vicino al quartiere della biennale, e che solitamente è frequentato da quelli che vengono chiamati giovani, si è riempito di uomini d'affari da tutto il mondo. Basta andare a prendere un caffè la sera e li trovi in tutti i locali più famosi. Li riconosci benissimo. Ho attaccato bottone con uno di loro e come immaginavo appena gli ho detto di essere un pittore mi ha risposto in tono acidamente ironico ed arrogante che ormai è roba vecchia e questo tipo di comunicazione non si fa più.
La massa, dice lui, è ignorante ed apprezza solo l'artigianato ma non l'arte che invece è per una elite di persone che conosce il linguaggio a cui riferirsi. Video, installazioni, performance, hanno un nuovo linguaggio che solo una elite può capire. Questa quindi l'idea sua e di chi è al comando del grande meccanismo di mostre e gallerie internazionali. Il signore in questione è curatore della seguente mostra http://www.manifesta7.it/ e vi invito a guardare chi sono i finanziatori. Unicredt in prima linea.

Molte banche infatti cominciano ad avere la propria galleria o la propria catena di gallerie d'arte.
Cosa che in me provoca disgusto.

Questo è il sito della biennale di cui vi parlavo.
http://www.iksv.org/bienal11/giris_en.html
Sapete come l'hanno intitolata? "What keeps mankind alive?" frase de "L'Opera da tre soldi" di Brecht. Ci prendono anche in giro!
Sapete chi è il primo finanziatore della biennale? La banca Koc famosa per il traffico di armi come molte altre banche.
E' davvero degradante vedere migliaia di giovani che in nome dalla ribellione e della libera espressione cadono nella trappolla e diventano servitori e sostenitori di questo sistema.
Infatti tutto è venduto in nome del nuovo e della libertà!
Questi giovani ribelli, ignoranti di storia dell'arte, vedono chi è contrario a questo sistema artistico come un vecchio conservatore.
Questi curatori usano un arma molto semplice. La paura per la povertà e per l'anonimato.
Come diceva Pasolini trenta anni fa, le nuove generazioni disprezzano i poveri e gli anonimi. Per questo sono generazioni di cretini. Quindi una delle basi di questo meccanismo dell'arte è divulgare la paura e il disprezzo per anonimato e povertà.
Un comportamento ignobile.
Solitamente mi sento rispodere da chi è nell'ambiente: è così che vanno le cose! Che ci vuoi fare! Non puoi starne fuori!

Non c'è bisogno nemmeno di rispondere a certi argomenti, ma per chi ne avesse bisogno voglio chiarire che chi si giustifica in questo modo è solitamente un codardo. Terrorizzato da non poter frequentare locali alla moda e vedere il proprio nome sui giornali. Di questi personaggi ce ne sono molti; troppi. Si vantano di essere cinici illudendosi di essere realistici, quando invece sono solo servi consenzienti, vigliaccamente convinti che se il sistema in cui viviamo ha dei lati negativi, non saranno certo loro a pagarne le conseguenze.
So che dire tutto questo può farmi avere nemici, però se dei nemici devono esserci è meglio trovarli in giro ogni tanto che nello specchio ogni mattina.

Come dicevo sto quindi cercando più documenti possibili per capire chi veramente sta controlando il sistema dell'arte oggi. E chiedo a chiunque di aiutarmi se avesse idee a riguardo.
Concludo con un nuovo libro di Jean Clair che molto fa discutere: "La crisi dei musei". Questi sono due siti che ne parlano, uno a favore ed uno contrario; ma ovviamente siamo noi, dopo aver letto il libro, a dover decidere.
http://www.teknemedia.net/magazine_detail.html?mId=6096

http://www.recensionifilosofiche.it/crono/2006-04/clair.htm

A presto!

sabato 12 settembre 2009

Chi sono questi signori?

Iniziamo dicendo che sto probabilmente perdendo tempo a parlare di persone con cui non prenderei neanche un caffè ed a cui fa comodo avere pubblicità, bella o brutta che sia.
La biennale fa veramente schifo e soprattuo chi la organizza.
Appena 12 ore fa sono stato gentilmente umiliato per il semplice fatto che dipingo.
Questo bravo e famoso curatore parlava della pittura come qualcosa di idiota, fatta da idioti, per idioti.
Questo gentile signore con tanto di occhiali firmati parlava di come la massa non potesse capire l'arte e di come quindi solo una elite di superiori può apprezzare quello che lui ed i suoi amici fanno.
Le sue parole erano talmente assurde che non ho saputo rispondere. Mi lanciava occhiate di traverso con sorrisini sarcastici mentre parlava ad una ragazza accanto a me.
Questi gentili signori della elite poi si permettono di costruire le loro biennali su parole di Brecht.
Si si avete letto bene; sputano sulla massa e citano Brecht.
Stanotte ripensandoci non riuscivo aprendere sonno e l'unica spiegazione che sono riuscito a trovare è che un tale pensiero nasce da una profonda frustrazione del propio potenziale umano, questo signore ha infatti poi candidamente ammesso di aver iniziato come pittore ma di non essere riuscito a fare niente di buono, e da una completa incapacità a digerire tale frustrazione. L'unica soluzione è quindi quella di convincersi di essere eletti. Convincersi che i propri limiti sono in realtà quello che ci innalza sopra a tutto e tutti.
Come chi si crede troppo inteligente per amare ma invece è solo incapace di avere sentimenti umani. Ma preferisce costruire tutta la sua vita su l'idea che chi ama è un idiota, invece di dover affrontare la dolorosa realtà di non essere umano.

Ma meglio andare con ordine e lasciare a più avanti l'intero discorso.

martedì 1 settembre 2009

Ogni periodo ha il proprio stile.

"La nostra è un'epoca di mercati- un'epoca di bazar.
Questo caratterizza il tempo in cui viviamo.
Le grandi gallerie d'arte sono soltanto luoghi di mercato. Nei quali l'arte è messa in vendita per la borghesia bramosa di acquistare.
L'arte contemporanea è sotto il giogo della peggiore congrega di capitalisti- la borghesia.[...]
Quando le gallerie d'arte saranno finalmente abolite, o verrà data loro la collocazione che meritano -il bazar dell'arte- probabilmente le mostre artistiche potranno usufruire di migliori possibilità.
Dipingere cartoline di Natale è un'occupazione orribile per un artista. Come se un musicista dovesse comporre partiture per suonatori di organetto.
I giornali scrivono. Si meravigliano che questi signori non sfornino più dipinti- perchè mai- almeno alcuni... Non è più arte. Intagli. Litografie. Incisioni.
Approposito. Le nostre gallerie d'arte hanno cominciato a riempirsi di cartoline natalizie in formato gigante. Ritenendo che un tal genere di opere conferiscano una rinomanza retrospettiva -il pittore- le gallerie traboccano di cartoline natalizie di grande metratura. Dal soffitto al pavimento.
L'arte è troppo condizionata dal commercio?
I nostri pittori preferiscono dipingere un quadro scadente piuttosto che rinunciare ad una bottiglia di champagne o a una carrozza coi relativi cavalli."


Arte e Denaro. -Edvard Much-

Ammetto di aver tolto una frase. Per amore di verità la aggiungo ora: "Comprendono meglio l'arte gli aristocratici un pò pazzi e i sovrani".

Ho ceduto alla tentazione di eliminarla dallo scritto e aggiungerla in seguito per la personale avversione che ho per aristocratici e sovrani, e per la consapevolezza di quello che questi gruppi di potere, ora come in passato, ordiscono.

domenica 16 agosto 2009

Voi ci andreste?

Come sono tristi le serate di gala delle mostre di artisti famosi!
Sono piene come uova di uomini e donne ricchi ed altrettanto famosi nel settore, che girano per la sala bevendo vini costosi. Tutti con un'aria molto rilassata e soprattutto sicuri di sè.
Aristocratici, baroni, conti, duchi; grandi banchieri che hanno fatto favori a nazisti, a contrabbandieri e mafiosi ripulendo i loro soldi; critici che hanno fondato partiti politici molto amati da mafiosi e massoni, che vanno poi a dire che dove governano loro la mafia non c'è; uomini d'affari che lavorano in borsa; giornalisti e direttori di giornali che spesso cenano con tutti i personaggi appena detti e che solitamente preferiscono non parlare di argomenti scomodi riguardanti chi comanda. Tutte personalità potenti quindi.
Insomma, sono tutti quelli che da sempre hanno fatto di tutto per reprimere ogni pensiero che si permettesse di uscire dalla linea dettata dal potere costituito.
Entri, se ti fanno entrare e se hai lo stomaco abbastanza forte da sopportare la vista, e li trovi tutti li sorridenti e sicuri di se; forti nei loro vestiti costosi; basta un'occhiata e si capisce subito che quelle sono persone che non sbagliano, che non possono sbagliare, altrimenti non sarebbero tanto potenti; persone che non dubitano e mai hanno dubitato di niente!
Ma allora li che ci stanno a fare?
Il potere è ciò che più si allontana dalla realtà. Più il potere aumenta, più la realtà si allontana, più la corruzione cresce. Il potere, ogni potere, ha bisogno di mentire per crescere. Nel momento in cui un potente comincia a dubitare di aver ragione su tutto, sa che comincia la sua discesa e la sua lenta scoperta della realtà.
Paradossalmente solo chi non deve difendere nessuna autorità può dire la verità.
L'arte invece vive di dubbi, e di un lento percorso verso la verità.
A costo di fallire, anzi, con la certezza del fallimento, l'artista muove ogni passo verso una verità che sa di non poter raggiungere.
Un percorso pieno di incertezze, ma fiero dei propri dubbi.

Allora ripeto ancora: che ci fanno quei signori e quelle signore a quelle mostre definite d'arte?
Ogni grande organizzazione, ogni grande museo, ogni grande fiera, dal Guggenheim alla biennale di Venezia ha bisogno di tutti quei personaggi che vi ho descritto.
Ma allora vi domando: di tutto questo abbiamo proprio bisogno?
Ci andreste a chiedere un articolo ad un critico che sorride ed abbraccia mafiosi?
Accettereste una mostra pagata da una banca che si è arricchita finanziando il partito nazista?
E se accettiamo tuto questo, allora, riempiendoci la bocca di parole come creatività, libertà di espressione, arte, con che coraggio ci guardiamo la sera allo specchio?

Domando ancora: di tutto questo abbiamo davvero bisogno?
Siamo sicuri?